L'Emilia-Romagna di fronte alla violenza politica e al terrorismo:
storia, didattica, memoria

Studi di caso
L'omicidio del senatore Roberto Ruffilli

di Domenico Guzzo

L'omicidio del senatore Roberto Ruffilli

Introduzione

Roberto Ruffilli
Roberto Ruffilli
Sabato 16 aprile 1988, qualche minuto dopo le 16h30, il senatore democristiano Roberto Ruffilli viene assassinato nella sua casa di Forlì, sita in Corso Diaz 116, da un piccolo commando delle Brigate Rosse – Partito comunista combattente (BR-PCC), che rappresentano l’ultima componente ancora attiva di quella galassia del “partito armato” emersa prepotentemente negli anni Settanta in contraltare alle mobilitazioni post-sessantottine.

Un'immagine del giovane Ruffilli fra gli amici dell’oratorio San Luigi
Un'immagine del giovane Ruffilli fra gli amici dell’oratorio San Luigi
Professore di Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, Ruffilli è uno degli esperti cui la Democrazia Cristiana - nel lungo periodo di crisi aperto dalla morte violenta di Aldo Moro e dalla conseguente interruzione della “politica dell’attenzione” verso l’opposizione comunista - si appoggia per trattare le questioni legislative di ordine amministrativo e costituzionale: è proprio in tale veste di “tecnico” prestato alla politica, che il “senatore-professore” ha partecipato quel 16 aprile alla presentazione nella sua città natale del volume “Liberi per la fede e l’amore” di Don Franco Zaghini, (libro di cui ha curato la prefazione),
Gli ultimi capi delle BR-PCC a processo (Cristiano Frasca)
Gli ultimi capi delle BR-PCC a processo (Cristiano Frasca)
nel quadro di un convegno su Don Bosco organizzato presso la locale Camera di Commercio in occasione del centenario di quell’oratorio salesiano “San Luigi” che era stata la culla formativa del Ruffilli giovane.

Rientrato nel suo alloggio ad iniziativa pubblica terminata, egli verrà come detto assassinato, divenendo suo malgrado l’ultima vittima delle “vecchie Brigate Rosse”, le quali, già in avanzato stato di agonia sin dai primi del decennio, verranno completamente scompaginate dalle indagini che seguiranno questo criminale attentato.

 

Il contesto storico

L’omicidio di Roberto Ruffilli s’iscrive nella fase terminale di quella involuzione istituzionale che è poi passata alla storia come tracollo della Prima Repubblica. Con l’arrivo degli anni Ottanta, infatti, alcuni equilibri fondamentali della dinamica post-bellica italiana erano venuti meno. La Democrazia Cristiana – ago centrista di un sistema partitico estremamente polarizzato, primo garante della collocazione atlantista del Paese e cardine ineludibile di ogni coalizione di governo sin dalla Liberazione – vedeva per la prima volta salire a Palazzo Chigi un Presidente del Consiglio non appartenente al proprio schieramento: la responsabilità di guidare la nazione era dapprima passata nelle mani del repubblicano Giovanni Spadolini, per poi addossarsi più fermamente sulle spalle del leader socialista Bettino Craxi, che aveva rapidamente impresso una svolta radicale nei rituali, nelle pratiche e negli atteggiamenti dell’esercizio politico, facendosi fine interprete delle potenzialità comunicative offerte dalla “commercializzazione” della televisione e rideterminando i termini delle relazioni con il Vaticano (revisione del Concordato nel 1984) e con gli Stati Uniti (crisi di Sigonella, 1985).

Craxi riceve l’incarico di governo dal Presidente della Repubblica, Sandro Pertini (Corriere della Sera, 4 agosto 1983)
Craxi riceve l’incarico di governo dal Presidente della Repubblica, Sandro Pertini (Corriere della Sera, 4 agosto 1983)

Il Segretario di Stato Vaticano, Casaroli, e il Presidente del Consiglio italiano, Craxi, firmano il nuovo concordato, 18 febbraio 1984 (Alinari)
Il Segretario di Stato Vaticano, Casaroli, e il Presidente del Consiglio italiano, Craxi, firmano il nuovo concordato, 18 febbraio 1984 (Alinari)

Alla crisi della Democrazia Cristiana si accompagnava quella del suo grande avversario di una vita, il Partito comunista, il quale dopo aver inseguito vanamente per oltre tre decenni il sogno del “sorpasso elettorale” e della presa legalista del potere (visione e prassi racchiuse nella formula togliattiana della “via italiana al socialismo”), iniziava adesso a scontare una drastica regressione di consenso, legata ad una combinazione di disillusione della base militante e di rideterminazione dei valori collettivi.

13 giugno 1984: i funerali di Enrico Berlinguer, segretario nazionale del P.C.I., che segnano idealmente il tramonto della “via italiana al socialismo” (Alinari)
13 giugno 1984: i funerali di Enrico Berlinguer, segretario nazionale del P.C.I., che segnano idealmente il tramonto della “via italiana al socialismo” (Alinari)

Gli anni Ottanta, in effetti, si caratterizzano per una decisiva inversione di tendenza rispetto alla stagione post-sessantottina, profondamente segnata dalle tematiche della partecipazione politica, dell’impegno civile, della rivolta antiautoritaria, dell’ideologizzazione dei comportamenti sociali, della fusione fra le sfere dell’individuale e del collettivo: sconvolta dalle cicatrici della violenza, del terrorismo e della repressione che avevano in definitiva affossato le istanze di quel movimento popolare nell’ultimo quarto degli anni Settanta, la società italiana aveva progressivamente abbandonato le piazze per rifluire nella coltivazione edonistica del proprio privato, stimolando in tal senso l’affermazione di un nuovo stile di vita de-politicizzato e consumerista (yuppies). D’altra parte, la condizioni strutturali del Paese stavano visceralmente mutando, per effetto della consunzione del modello tayloristico legato ad un’economia industrialista d’esportazione, che era divenuto improduttivo in un contesto di mercati saturi e di costo del lavoro crescente: la creazione della ricchezza e del plus-valore si stava trasferendo nella dimensione della finanziarizzazione delle rendite, dell’indebitamento pubblico e della commercializzazione di nuovi bisogni.


Gli anni Ottanta: alcuni tratti distintivi


 

A dispetto della smobilitazione delle masse, in particolar modo giovanili, e dell’alleggerirsi della cappa bipolare in virtù delle crepe crescenti della cortina di ferro in Europa, il trapasso dall’epoca del “settore secondario” a quella del “terziario” – ovvero dal sistema della produzione a quello del consumo – non avviene in un clima disteso: forti tensioni continuano ad agitare il corpo sociale in riferimento all’esigenza di “riformare dalle fondamenta” quei meccanismi e quei processi che avevano fino a quel momento impedito all’Italia di completare il proprio sviluppo democratico, sfruttando l’affermarsi di un nuovo corso sociopolitico sciolto dalla camicia di forza del “centrismo obbligato” di matrice democristiana e finalmente liberato dall’ingombrante persistenza neofascista (il Movimento Sociale Italiano scende in questi anno sotto la soglia elettorale del 6% su scala nazionale).

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Se alla metà degli anni Ottanta, l’attenzione generale si era concentrata sul referendum relativo all’indicizzazione dei salari secondo le previsioni di crescita dell’inflazione (“scala mobile”, 1985), al momento dell’omicidio Ruffilli l’oggetto del contendere ruota attorno alla cosiddetta “Commissione Bozzi”, un organismo bicamerale costituito nel 1983, preposto allo studio di una riforma istituzionale dell’impianto repubblicano.

Costituita nel 1983 sotto l’egida della Presidenza Craxi, la “Commissione Bozzi” avrebbe dovuto concludere i suoi lavori e licenziare una proposta definitiva durante i governi Goria (1987-1988) e De Mita (1988-1989) che segnarono il ritorno dei democristiani al potere dopo la parentesi socialista.

LA DESCRIZIONE DEI FATTI E LE IMPRESSIONI A CALDO

Benché in grave crisi di uomini, mezzi e spazi, dopo la sostanziale sconfitta militare ed organizzativa subita nei primi anni Ottanta [1], le Brigate Rosse continuavano a sopravvivere e ad uccidere con regolarità quasi annuale [2]: tuttavia, a seguito delle retate del 1987, che avevano disarticolato la UCC (Unione comunisti combattenti, l’ultimo ramo scissionista della famiglia brigatista [3]), restava operativo solo il “Partito comunista combattente”, insediato fra Roma e Firenze.

Razionalizzando le oramai scarse risorse in un’ottica di retroguardia, il gruppo concentra la propria attenzione sulla destabilizzazione dei processi di riforma istituzionale che faticosamente il sistema politico italiano sta tentando di porre in essere: il superamento della cronica instabilità dell’esecutivo e delle pregiudiziali incrociate fra partiti sempre più corrotti ed autoreferenziali, nella prospettiva di attivare una fattiva alternanza fra maggioranze e opposizioni nel solco di un progressismo tecnocratico, è difatti considerato dalle BR-PCC come un pericolosissimo fattore di “rigenerazione della Stato neocapitalista” e di rafforzamento della sua egemonia pubblica. Ad entrare nel mirino estremista sono dunque quelle personalità politiche che promuovono il clima di confronto costruttivo che sta alla base del progetto riformatore: su tutti, spicca il volto di Ciriaco De Mita, segretario di quella stessa Democrazia Cristiana che per decenni era stata additata come l’espressione moderna del vecchio fascismo clerico-borghese e che adesso, ritornata alla responsabilità di governo dopo un’inedita esperienza da attore non protagonista, viene spinta dal proprio interno all’apertura di un nuovo corso consociativo per la storia nazionale. De Mita si è infatti circondato di tre “consiglieri” – Romano Prodi, Leopoldo Elia e Roberto Ruffilli – accademici modernizzatori ed esponenti della sinistra cattolica, ai quali chiede strumenti ed indicazioni per predisporre una base d’intesa con le altre rappresentanze parlamentari.

Ruffilli con De Mita
Ruffilli con De Mita

Il 29 gennaio 1988, uno dei leader della BR-PCC, Antonino Fosso detto “Il Cobra” viene intercettato dalla polizia mentre perlustra un settore del quartiere Ardeatino di Roma, ove risiedono sia Ciriaco De Mita che il capo della sua segreteria politica, Riccardo Misasi: al momento dell’arresto, Fosso urla ripetutamente di dichiararsi prigioniero politico in quanto appartenente alle Brigate Rosse, al fine di avvertire i suoi compagni non ancora individuati e permettere loro di mettersi in fuga, preservando così la missione. Quale fosse lo scopo esatto dell’indagine brigatista (rapimento, ferimento, omicidio, mero pedinamento di De Mita o di qualcuno del suo entourage), non è stato mai del tutto appurato, ma resta evidente come nel decennale dell’operazione Moro (avvenuta difatti nel 1978) si stesse pensando ad una commemorazione eclatante.

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In ogni caso, la combinazione fra l’arresto di Fosso, uno dei più alti dirigenti della colonna romana, e l’insormontabile protezione di cui gode De Mita [4], polverizzerebbero ogni residua velleità relativa ad un colpo così audace: verosimilmente non a caso, le mire brigatiste si riveleranno nei mesi a seguire sempre più calibrate sulle figure dei “consiglieri”, privi di scorta ed ugualmente, se non maggiormente, centrali nella dinamica delle riforme istituzionali.

Il destino beffardo: la relazione tenuta dal Ruffilli nell’agosto 1983 su due delle più illustri vittime del riformismo democristiano, uccise dalle Brigate rosse fra il 1978 e 1980
Il destino beffardo: la relazione tenuta dal Ruffilli nell’agosto 1983 su due delle più illustri vittime del riformismo democristiano, uccise dalle Brigate rosse fra il 1978 e 1980
Facendo i conti con le poche risorse a disposizione, con il valore simbolico del possibile bersaglio e con le opportunità logistiche offerte dalle “agende” dei tre “tecnici”, la scelta ricade infine su Roberto Ruffilli, che risulta essere per condizioni personali (celibe, con pochissima famiglia, notorietà scarsissima, spostamenti abitudinari) e per funzioni (principale interprete dell’eredità morotea e fautore di una fattiva democratizzazione del rapporto Stato-cittadini in qualità di capogruppo DC nella “Commissione Bozzi” [5]) un target in grado di massimizzare i benefici e minimizzare i rischi di un attentato [6].

 

[La presentazione postuma del volume “il cittadino come arbitro”, l’ultima opera del Ruffilli, praticamente uscita in concomitanza col suo assassinio, incentrata su un progetto di riforma costituzionale che doveva finalmente mettere la responsabilità democratica del cittadino al centro del sistema politico-amministrativo (Radio Radicale)]

 

Dopo mesi di monitoraggio, un commando delle BR-PCC, composto da due finti postini che si muovono su di un furgone rubato camuffato all’uopo, si presentano all’abitazione forlivese del Ruffilli: dopo essere riusciti a farsi aprire la porta, sotto minaccia armata (Skorpion Vz61 calibro 7,65 [7]) lo conducono nel suo studio, lo costringono ad inginocchiarsi e lo freddano con tre colpi alla nuca. Già alle 16h45, la redazione bolognese de “la Repubblica” riceve una prima telefonata di rivendicazione: «Abbiamo giustiziato il senatore DC Roberto Ruffilli a Forlì. Attacco al cuore dello Stato. Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente».


La telefonata di rivendicazione


 

Allertata la questura di Forlì, il corpo viene rinvenuto intorno alle ore 18h. Nei giorni successivi, il Presidente del Consiglio (uno sconvolto Ciriaco De Mita), il Presidente del Senato (Giovanni Spadolini) ed il Presidente della Repubblica (Francesco Cossiga), raggiungono Forlì, facendone per alcuni giorni l’epicentro della cronaca nazionale e del discorso pubblico [8].

[Interventi parlamentari sui fatti, di Spadolini e De Mita, 19 aprile 1988]

Alle 10h40 del 21 aprile 1988, una nuova telefonata, stavolta alla redazione romana de “la Repubblica” permette di recuperare in un cestino di fronte al bar di via Torre Argentina dove abitualmente Ruffilli soleva far colazione prima d’iniziare i lavori parlamentari, un volantino di rivendicazione accompagnato da un documento strategico.

[Volantino Rivendicazione: rielaborazione grafica dall’originale]

Al di là dell’agghiacciante conoscenza delle abitudini della vittima, dimostrata dalla macabra selezione del luogo per la collocazione del volantino, i fogli brigatisti si rivelano doppiamente importanti, poiché assolvono da una parte alla spiegazione della finalità dell’omicidio e, simultaneamente, delineano con chiarezza quella che è la crisi del “partito armato” in Italia, stretto fra i vincoli di una “ritirata strategica” obbligata e le pulsioni minoritarie di un impossibile rilancio della guerriglia armata su larga scala. Nel documento si afferma, infatti, che malgrado la poca fama presso il grande pubblico e l’incarico politico apparentemente non di primissimo piano del senatore Roberto Ruffilli, il suo assassinio va inteso come un grave colpo portato ai tentativi di autorinnovamento dello Stato come apparecchio della dominazione imperialista nel nuovo quadro socioeconomico dettato dalla consunzione del paradigma industrialista:

un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato Roberto Ruffilli ideatore del progetto politico di riformulazione dei poteri e delle funzioni dello Stato nonché suo articolatore concreto. Chi era Roberto Ruffilli, non certo il “... mite uomo di pensiero e di studio...” che le veline dello Stato cercano di accreditare nel tentativo di sminuire la portata politica dell’attacco subito. Egli era invece uno dei migliori quadri politici della DC, uomo chiave del “rinnovamento”, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, progetto teso ad aprire una nuova fase “costituente”. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali […]. Quindi un politico puro e perno centrale del progetto di riformulazione delle “regole del gioco” all’interno della più complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Questo progetto politico si ricollega nella sostanza alla “terza fase morotea” pur necessariamente in un contesto politico e sociale assai mutato; è attraverso questo progetto che la stessa DC si riqualifica e si pone come partito pilota di questi cambiamenti. Roberto Ruffilli viene chiamato nell’8l dalla segreteria di De Mita in qualità di esperto di problemi istituzionali, nell’83 eletto senatore viene designato dal partito come responsabile dei problemi dello Stato. Come capogruppo DC nella commissione Bozzi svolge un ruolo di rottura per farla uscire dal pantano dei grandi disegni inconcludenti al fine di soluzioni più programmatiche e consone ai tempi politici ed ai rapporti di forza tra le classi nel paese; affianca il “decisionismo craxiano” per conto della DC nei passaggi concreti che costituiranno poi la più complessiva rifunzionalizzazione dello Stato, ovvero quei passaggi inerenti all’accentramento dei poteri nell’esecutivo (creazione del supergabinetto, legge sulla presidenza del consiglio ...). E’ in quegli anni che prende corpo la strategia demitiana imponendosi come baricentro a tutte le forze politiche. Ruffilli è di questa, uno dei protagonisti […].

 

L’uccisione di Ruffilli, quindi, come sabotaggio dell’ingranaggio fondamentale che presiederebbe alla riorganizzazione complessiva delle istituzioni repubblicane italiane, nel più ampio sistema di un neocapitalismo occidentale che dopo l’iniziale disorientamento dovuto all’esplosione dei movimenti rivoluzionari post-sessantottini, avrebbe lanciato la propria controffensiva di repressione e di normalizzazione:

Una manovra complessiva tesa ad aprire una nuova fase “costituente” […]. Una fase politica che non può essere considerata di stampo reazionario anche se è vero che dovendo fare riferimento alla storia concreta vi sono riadattati elementi del passato come ad esempio i caratteri del neocorporativismo italiano che è proprio del fascismo; non si tratta quindi del tentativo di un blocco reazionario che vuole svuotare e revisionare il parlamento e la Costituzione anche perché i blocchi sociali nel contesto attuale della polarizzazione tra le classi operata dallo sviluppo dell’imperialismo, sono antistorici. Si tratta invece di far funzionare al massimo la democrazia formale adeguandosi ai modelli delle democrazie mature europee. L’ossatura del progetto politico demitiano è imperniata sulla formazione di coalizioni che si possono alternare alla guida del governo dandogli un carattere di forte stabilità, una maggioranza forte ed un esecutivo stabile in grado di garantire da un lato risposte in tempo reale ai movimenti dell’economia, dall’altro decisioni consone all’instabilità del quadro politico internazionale. Questo è il massimo della democrazia formale dove “l’alternanza” fa la funzione dell’opposizione e dovrebbe riuscire a contenere le spinte antagoniste che si producono nel paese. […] L’obiettivo è quello di una “democrazia governante” dove al massimo dell’accentramento del potere reale corrisponde la più vasta apparenza di democrazia; cioè il massimo di democrazia formale, è questo il progetto politico attuale: formalmente teso alla costruzione di una “democrazia finalmente matura”, ma nei fatti teso a concentrare tutti i poteri nelle mani della ”maggioranza” di governo nel nome di un interesse generale del paese che nella realtà è solo l’interesse della frazione dominante della borghesia imperialista, nella normale dialettica tra maggioranza e opposizione in cui la “maggioranza ha gli strumenti di governo e l’opposizione ha facoltà di critica senza però intervenire direttamente nei processi decisionali, in un gioco in cui apparentemente i partiti rappresentano l’intera società, nella realtà solo gli interessi della borghesia imperialista. Un progetto politico che nel complesso tende a svincolare il governo della società dalle spinte antagoniste garantendo la stabilità politica del sistema; è per questo che tale progetto è in questo momento il cuore dello Stato in quanto da un lato sancisce l’equilibrio politico in grado di far marciare i programmi della borghesia imperialista, dall’altro, assesta e ratifica i rapporti di forza fra classe e Stato a favore dello Stato, necessari per poter procedere speditamente nell’attuazione sia dei provvedimenti di politica economica imposti dalla crisi e dagli interessi relativi all’andamento del quadro politico internazionale gravido della tendenza alla guerra.

In questo senso, l’eliminazione di Roberto Ruffilli rappresenterebbe il prodromo dell’uscita “dalla palude della logica difensivistica” e della “ricostruzione di forze rivoluzionarie e degli strumenti politico-organizzativi per attrezzare il campo proletario allo scontro prolungato con lo Stato” [9].

Nel frattempo, il 19 aprile, si erano tenuti a Forlì solenni funerali, eccezionalmente partecipati.

Funerali di Roberto Ruffilli
Funerali di Roberto Ruffilli

Le ragioni della straordinaria adesione al lutto cittadino forlivese, si legano evidentemente alle strazianti peculiarità di un delitto politico che ha colpito una comunità di provincia, pienamente immersa nelle virtuose dinamiche consociative del cosiddetto modello emiliano di amministrazione e welfare, e sin lì rimasta immune ai flagelli delle pratiche guerrigliere e terroristiche: un attentato giunto tardivo ed inaspettato, anche rispetto agli ultimi colpi di coda del brigatismo superstite, che si era abbattuto, in un clima socioculturale ormai lontano dalle convulsioni degli anni di piombo, contro un “uomo mite”, dialogante, non esposto mediaticamente, poco potente e del tutto scevro da attitudini oltranziste o reazionarie.

[Le impressioni a caldo emergenti nel discorso pubblico nazionale, che testimoniano dell’eccezionalità di un omicidio a carattere politico in Romagna (intervista al generale Viviani, Radio Radicale)]

LE INDAGINI, I PROCESSI, LE SENTENZE

In verità, i forlivesi avevano inizialmente faticato a comprendere la portata degli avvenimenti: Ruffilli era poco conosciuto finanche nella propria città, avendola lasciata da giovanissimo per frequentare l’Università Cattolica di Milano, e ci volle del tempo per vedere maturare nella cittadinanza una visione compiuta della vittima. La grande attenzione mediatica e politica che investì il capoluogo romagnolo contribuì sicuramente ad allineare le coscienze in un comune sentire di cordoglio rabbioso, che venne ben istituzionalizzato da un sistema partitico locale storicamente abituato a costituire fronti democratici di unità popolare. Non per caso, quindi, dalla gente comune arrivò una veemente collaborazione alle attività di indagine ed alle successive assisi processuali, che furono generalmente seguite con profonda trepidazione [10].

Da sinistra verso destra: Cossiga, Spadolini, De Mita a Forlì per i funerali
Da sinistra verso destra: Cossiga, Spadolini, De Mita a Forlì per i funerali

L’inchiesta giudiziaria scattò con rapidità – per una città di provincia non avvezza alle pratiche dell’estremismo ideologico, un omicidio politico assumeva giocoforza un carattere di priorità assoluta – e fu fortemente favorita dalla goffaggine (a tratti dilettantesca, a tratti arrogante) del commando brigatista, che lasciò dietro di sé tracce talmente marchiane da permettere di ricostruire facilmente una linea di ricerca [11]. Nel giro di pochissimi giorni furono recuperati il finto pacco, macchiato del sangue della vittima, e il Fiorino bianco usato per la messinscena della consegna postale, oltre alla Renault-18 acqua marina utilizzata per allontanarsi da Forlì [12]: le molteplici impronte digitali rinvenute, associate ai riconoscimenti facciali garantiti da comuni cittadini che avevano notato gli strani movimenti e comportamenti dei “postini” la sera antecedente l’attentato [13], permisero di definire un primo quadro già a fine maggio.

Risalendo il fiume delle prove, gli inquirenti individuano un canale logistico che, attraversando alcuni ambienti universitari bolognesi, porta dritto a Milano: una piazza che le veline dei servizi di intelligence indicano come in grande fermento, per via di alcuni importanti sommovimenti del brigatismo superstite [14]. In un blitz del 18 giugno, le forze dell’ordine penetrano nel covo di via Dogali 11, trovandovi un drappo rosso recante la scritta “Attaccare il progetto demitiano”, documenti strategici, volantini, soldi, armi (fra cui famigerata mitraglietta Skorpion), munizioni e i due cappelli da postino usati il 16 aprile. Sul momento vengono arrestati Franco Galloni, Rossella Lupo e Tiziana Cherubini, mentre, anche grazie ai materiali scoperti nella “base”, verranno successivamente fermati Fabio Ravalli, Maria Cappello, Marco Venturini, Daniele Bencini, Vincenza Vaccaro, Fulvia Matarazzo, Stefano Minguzzi; Franco Grilli e Giovanni Alimonti [15]. Ad essi si aggiungeranno altri accusati già in stato di carcerazione. Le indagini si chiudono nell’ottobre 1988, con 14 rinvii a giudizio per svariati capi d’accusa, andanti dall’omicidio all’insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

Il processo ai militanti delle BR-PCC (Cristiano Frasca)
Il processo ai militanti delle BR-PCC (Cristiano Frasca)

Iniziato il 19 aprile 1990, il processo vede una nutrita compagine di parti civili (dalla DC locale alle istituzioni del territorio forlivese, dalla famiglia di Ruffilli allo Stato) e si svolge in un clima surreale scandito dagli slogan d’irriducibilità degli imputati brigatisti [16]. Già il 29 novembre 1991, la Corte Cassazione sarà in grado di mettere fine all’iter, convalidando 9 condanne all’ergastolo per i capi del gruppo, Fabio Ravalli, la moglie Maria Cappello e Antonio De Luca; per i due falsi postini Franco Grilli e Stefano Minguzzi; per Tiziana Cherubini, Franco Galloni, Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro, come componenti della rete di supporto al commando.

Le questioni ancora aperte

Nonostante il rapido e limpido concludersi dei processi, con la promulgazione di sentenze inoppugnabili adottate secondo tempistiche ben più rapide delle medie abituali per questo tipo di reati maggiori, il quadro dell’omicidio politico del senatore Roberto Ruffilli continua a restare oscuro in alcune sue parti.

[Le impressioni a caldo emergenti nel discorso pubblico nazionale, in relazione all’incongruità dell’obiettivo Ruffilli quale alto rappresentante del potere politico e del “cuore dello Stato” (intervista a Gianfranco Spadaccia, Radio Radicale)]

Appurati i nomi degli esecutori, resta infatti ancora oggi insoluta la questione degli ideatori e dei gestori “politici” di un attentato, il cui messaggio “sovversivo”, visto il basso profilo della vittima, pare risiedere più nella complessa “trasversalità mafiosa” che nell’attacco diretto al cuore dello Stato. Come finemente notato dallo studioso Giorgio Galli:

Il senatore Roberto Ruffilli è uno studioso conosciuto solo dagli addetti ai lavori. L’ingegneria costituzionale, sia o no in grado di risolvere i problemi del sistema politico, non è al primo posto nei pensieri e negli interessi del proletariato di fabbrica o marginale. […] In questo quadro, Roberto Ruffilli è un bersaglio che può apparire del tutto incongruo per chi si richiama al marxismo rivoluzionario. È poco noto, poco di richiamo, non è neanche un politico professionale, non ha a che fare con l’economia, sempre al centro dell’analisi brigatista. Perché un’organizzazione provata e in difficoltà usa tutte le sue forze e corre seri rischi per ucciderlo? [17]

In termini di guerriglia rivoluzionaria, colpire un quasi sconosciuto e tranquillo “professore prestato alla politica” mantiene allora pertinenza e funzionalità solo rispondendo “a una logica comune, quasi mafiosa, di avvertimento”, rivolta ad intimidire, per interposta persona, un più alto livello di responsabilità e potere politico: “il messaggio è […] non riformare, non trasformare. Se con Moro si era soppresso direttamente l’autore di una possibile grande mutazione dello scenario politico italiano, con Tarantelli e Ruffilli il delitto è diventato quasi trasversale, un segnale, un avvertimento, che probabilmente fa parte di una sfida violenta” [18]. In questo senso, l’elaborata strumentalità dell’assassinio - testimoniata d’altronde dall’alto livello dell’analisi concettuale e dai precisi riferimenti alla collocazione accademica del Ruffilli contenuti nel volantino di rivendicazione - obbliga a chiedersi come “un obiettivo poco noto e relativamente sofisticato sia stato individuato esclusivamente dai due leader del Pcc, gli ex operai tessili di Prato Fabio Ravalli e Maria Cappello […]. È ragionevole supporre che alle ultime Br del XX secolo, con limitatissimo insediamento fuori dalle grandi aree metropolitane, in località minori della Toscana e del Lazio, l’idea di uccidere Ruffilli per mandare un segnale a De Mita sia derivata da frequentazioni a più stretto contatto con la “politica politicante” [19].

In tal senso, la possibilità di chiudere formalmente i conti con la lunga stagione della lotta armata, mandando all’ergastolo gli ultimi brigatisti superstiti, unita all’oggettiva difficoltà di perseguire un filone d’indagine nel vischioso mondo delle contiguità, del fiancheggiamento e delle etero-direzioni, avevano giocato un ruolo decisivo nel limitare le risultanze processuali alla sola sfera dei livelli esecutivi. È così rimasta inesplorata la pista che portava alla strana coincidenza d’obiettivo fra BR-PCC e gli odiati scissionisti delle UCC, e dalla ricostruzione della quale si sarebbe forse potuto comprendere di più sulla forbita paternità dell’operazione Ruffilli. Nel luglio 1987, in effetti, l’interrogatorio dello studente universitario bolognese Fabio Liberti – arrestato in qualità di militante delle UCC – aveva permesso di scoprire un piano per colpire a breve uno degli accademici dell’Alma Mater, di area cattolica-modernizzatrice, facenti parte a vario titolo della cerchia demitiana. Si trattava di tre possibili bersagli: Romano Prodi, Beniamino Andreatta o Roberto Ruffilli. Le UCC vengono sgominate nell’autunno di quell’anno e di maniera inquietante, le BR-PCC – nonostante l’assenza di radicamento in Emilia-Romagna e a dispetto del fatto che la rottura astiosa con le UCC sia nata proprio attorno alla tipologia dei bersagli da colpire – sembrano ereditare tale schema strategico-operativo. Di conseguenza, nulla è stato acclarato in merito al fatto che nessuna autorità di sicurezza – malgrado, come precedentemente evidenziato, l’entourage demitiano fosse sotto minaccia sin dal ritorno al governo della DC nel 1987 – si sia interessata a mettere in guardia il Ruffilli, informandolo anche di essere stato nel recente passato fra i target sensibili del brigatismo superstite.

Altrimenti, per quanto apprezzato dagli amici, oltre che per la sua cultura, per il buon carattere e a sua ingenuità, rara tra i consulenti dei leader politici, avrebbe forse avuto qualche esitazione ad aprire la porta a sconosciuti, presentatisi per recapitargli un pacco poste nel pomeriggio di un giorno nel quale abitualmente le poste non fanno consegne [20].

Resta pertanto irrisolta la comprensione il peso di un certo “milieu” universitario bolognese - radicale, contiguo al combattentismo ed inserito nelle dinamiche delle scienze politiche – e del suo eventuale ruolo di connessione giocato rispetto sia alle sfere romane più prossime al potere statale che alla direzione strategica degli ultimi gruppi armati italiani.

Allo stesso modo, non si è potuto procedere alla chiarificazione della peculiare convulsione che si apre il 13 aprile 1988 – giorno della nomina a Presidente del Consiglio di Ciriaco De Mita – e si chiude per l’appunto tre giorni dopo, il 16 aprile, con l’omicidio del suo consigliere per le riforme istituzionali, Roberto Ruffilli. Si fa riferimento al ravvicinato susseguirsi di tensioni ed atti ambigui, che iniziano con l’attribuzione del cruciale e delicatissimo Ministero dell’Interno ad Antonio Gava [21] - inquisito per un grave ed oscuro intreccio con la Camorra di Raffaelle Cutolo e la fazione napoletana delle BR, e per questo rinviato a giudizio il 28 luglio 1988 - e proseguono con un terribile ed inquietante attentato avvenuto il 15 aprile nel suo “feudo elettorale”, Napoli, contro il circolo ricreativo dell’esercito statunitense (5 morti), ad opera delle fantomatiche “brigate del jihad” [22].

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In un tal quadro, i servizi di intelligence e le forze dell’ordine italiane avrebbero dovuto trovarsi nel loro massimo stato di allerta, tanto più che la morte di 5 militari americani in un blitz paramilitare con l’uso di granate da guerra, aveva fatto immediatamente scattare in tutta l’area NATO un protocollo eccezionale di quarantena, che mal si concilia con la scelta delle BR-PCC – un gruppo cosciente delle proprie risorse ormai limitatissime e col fiato sul collo - di attuare l’attentato contro Ruffilli proprio all’indomani dei fatti di Napoli.

[Interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno, Antonio Gava, relativa alle possibili connessioni fra gli attentati di Napoli e Forlì, ed alle conseguenti misure di sicurezza attivate secondo i protocolli NATO (Radio radicale) ]

Un ultimo punto dubbio è emerso nel 2011, allorquando gli inquirenti bolognesi hanno fatto richiesta al gip di riaprire l’inchiesta Ruffilli, dopo che un rapporto del ROS (Raggruppamento operativo speciale) di Roma aveva svelato che non tutti i brigatisti partecipanti all’attentato erano stati assicurati alla giustizia: grazie a nuove capacità tecnologiche, la rianalisi di quattro nastri ritrovati a casa di Tiziana Cherubini - contenenti le registrazioni di una riunione portante sulle conseguenze del delitto - aveva fatto scoprire l’inedita impronta fonica di un ex militante, dall’identità mantenuta riservata, che era stato indagato e poi prosciolto nella prima inchiesta. Tuttavia, la richiesta della procura di Bologna di revocare la sentenza di proscioglimento del giudice istruttore non è stata concessa dal gip, e il caso è stato nuovamente archiviato nel 2012. Un segno evidente che ancora molto ci sarebbe da disvelare rispetto all’omicidio politico di Roberto Ruffilli.

La memoria

Alla sostanzialmente nulla trattazione storiografica incentrata sull’assassinio del senatore Roberto Ruffilli - lacuna che probabilmente andrà colmandosi col superamento del trentesimo anniversario dall’attentato e con la conseguente emancipazione dei fatti dall’alveo della cronaca nera verso la dimensione storica – fa da contraltare una corposa pratica memoriale in ambito urbano e di discorso pubblico.

[Seduta solenne del Consiglio comunale di Forlì per ricordare il senatore democristiano Roberto Ruffilli assassinato dalle Brigate Rosse il 16 aprile 1988 (Radio Radicale)]

 


Il ricordo di Ruffilli a 25 anni dall’omicidio


 

A Forlì, l’eccezionalità di una morte violenta per ragioni politiche ha evidentemente lasciato una ferita profonda, ben testimoniata dalle numerose intitolazioni a nome Roberto Ruffilli: la locale facoltà di scienze politiche (Università di Bologna), la biblioteca universitaria del campus cittadino (a cui aveva destinato le proprie collezioni personali) ed un Istituto scolastico d’indirizzo professionale.

Credits: Rosanna Parmeggiani
Credits: Rosanna Parmeggiani

Nel 1999 è divenuta pienamente operativa una “Fondazione Roberto Ruffilli”, sita nell’appartamento di Corso Diaz 116 ove il crimine fu perpetrato, che s’impegna a promuovere nelle giovani generazioni il lascito intellettuale e culturale del professore-senatore, riuscendo anche a riproporre annualmente – ogni 16 aprile – un momento di riflessione collettiva che ha spesso trovato l’appoggio della Presidenza della Repubblica.

[Telegramma dell’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per omaggiare la memoria di Roberto Ruffilli a 25 anni dal suo assassinio]

L’Aula Magna del Collegio Augustinianum dell’Università Cattolica di Milano è anch’essa intitolata al Ruffilli: il suo testamento, redatto nel 1987 alla vigilia di un delicato intervento chirurgico, assegnava a questo ateneo ben 100 milioni di lire da impiegare per borse di studio a favore di giovani ricercatori. A testimonianza della sua figura di uomo di idee e non di potere.


Note

1. Gli ultimi leader, Mario Moretti e Giovanni Senzani, erano stati arrestati fra il 4 aprile 1981 e il 9 gennaio 1982. Il 18 marzo dello stesso anno, un volantino annunciava l’avvio di un dibattito interno sulla necessità di una “ritirata strategica”, visto il predominio raggiunto dal nemico borghese. Le ragioni della sconfitta si rintracciano nel combinato disposto determinato dalle tecniche investigative elaborate dal generale Carlo Dalla Chiesa (posto con poteri speciali a capo del Coordinamento delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo, all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro), dall’estensione delle misure repressive a favore della magistratura (legge Reale del 1975 e successive modifiche), dall’istituzione delle super-carceri (1978), dalla creazione dei benefici per dissociazione e pentitismo (1980), dalla polverizzazione delle aree popolari di contiguità e sostegno alla lotta armata come prodotto dello sdegno per l’esecuzione dell’operaio genovese Guido Rossa (1979) e della paura di finire nel tritacarne giudiziario.

2. Fra i principali attentati brigatisti successivi alla “ritirata strategica”, vanno citati: la gambizzazione di Gino Giugni (Roma, 3 maggio 1983) e gli omicidi di Ezio Tarantelli (Roma, 27 marzo 1985), di Lando Conti (Firenze, 10 febbraio 1986) e di Licio Giorgieri (Roma, 20 marzo 1987).

3. Gruppo nato nel 1986 in polemica sulla strategia di attacco, sugli obiettivi da colpire e sulle basi di reclutamento. Le scissioni dal nucleo storico del brigatismo erano iniziate già nel 1979, a seguito dell’affievolirsi della capacità di controllo territoriale e politica sulle sue articolazioni della direzione centrale del gruppo armato, sfiancata dalle conseguenze del caso Moro.

4. "[…] da diversi mesi il segretario della Dc era stato avvertito di un piano terroristico di cui era l’obbiettivo, tanto che la scorta era stata rafforzata […]", in Massimo Lugli, De Mita obiettivo dei terroristi, «la Repubblica», 30 gennaio 1988.

5. Roberto Ruffili e Piero Alberto Capotosti, Il cittadino come arbitro. La DC e le riforme istituzionali, Bologna, Il Mulino, 1988; Rodolfo Carelli, Il testimone da Moro e Ruffilli. La democrazia matura e il cittadino arbitro, Roma, Aracne, 2015.

6. Emanuele Chesi, Roberto Ruffilli era un “bersaglio facile”, «Il Resto del Carlino», 16 aprile 2013.

7. Si tratta di un’arma famigerata e dalla storia oscura: acquistata nel 1971 dal celebre cantante Jimmy Fontana, dopo ambigue vendite e trasmissioni, finirà nelle mani del combattentismo rosso romano, risultando impiegata dapprima nella strage di Acca Larentia (7 gennaio 1978) ed in seguito negli omicidi brigatisti di Tarantelli e Conti.

8. Claudio Santini, La vittima Roberto Ruffilli rappresentata sui media, in Augusto Balloni e Andrea Forlivesi (a cura di), Roberto Ruffilli l’uomo, il politico, la vittima, Bologna, CLUEB, 2000, pp. 79-81.

9. Nodi concettuali che verranno ribaditi e approfonditi in un documento strategico (“ATTACCARE E DISARTICOLARE IL PROGETTO CONTRORIVOLUZIONARIO E ANTIPROLETARIO DI "RIFORMA" DELLO STATO”) redatto in carcere ed emesso durante il processo “Ruffilli”, in corte d’Assise di Forlì, il 22 maggio 1990.

10. Claudio Santini, Testimoni coraggiosi «inchiodano» i Br, «il Resto del Carlino», 27 aprile 1990.

11. Raffaella Sette, Le indagini, in Augusto Balloni e Andrea Forlivesi (a cura di), op. cit., pp. 39-44.

12. Vanna Ugolini, Ruffilli, trovata l’auto usata dai brigatisti, «la Repubblica», 25 giugno 1988.

13. Claudio Santini, ‘Ho visto due br travestiti da postini andare da Ruffilli’, «il Resto del Carlino», 28 aprile 1990. Dalle testimonianze emersero situazioni al limite del paradossale e del tutto insensate in un’ottica di operazioni clandestine: oltre ad aver malamente camuffato il Fiorino con adesivi posticci ed inverosimili, scorrazzando lungamente con esso lungo le vie del centro cittadino, ed aver per questo attirato l’attenzione dei passanti, i due brigatisti si fecero notare anche da un benzinaio della prima periferia, al quale fu chiesto con insistenza di poter lavare il furgone, nonostante l’esercizio fosse già chiuso per l’ora tarda.

14. Il 12 maggio 1988, in particolare, un manipolo di fiancheggiatori delle BR-PCC inscena un volantinaggio propagandista davanti ad alcuni grandi fabbriche dell’hinterland, chiedendo di riaccendere il fuoco della lotta armata fra la classe operaia.

15. Quest’ultimo verrà arrestato Parigi, meta di molti estremisti fuoriusciti italiani, nel settembre 1988, ma la sua estradizione non verrà mai resa esecutiva. Sfruttando i benefici della cosiddetta “dottrina Mitterand”, ritroverà presto la libertà nell’Esagono. Brigatista di alto profilo, prima di entrare in clandestinità (1982) avevo approfittato per anni del suo lavoro di centralinista alla Camera dei deputati, per agire da “talpa” dell’organizzazione armata. Un altro ordine di cattura è spiccato nei confronti di Gregorio Scarfò, che riuscirà tuttavia a mantenersi latitante.

16. Paola Cascella, Siamo militanti delle BR, per noi parla la guerriglia, «la Repubblica», 20 aprile 1990.

17. Giorgio Galli, Piombo Rosso, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 239-240.

18. Alberto M. Sobrero, «Up & Down», maggio 1989.

19. Giorgio Galli, op. cit., p. 242.

20. Ivi, p. 243.

21. Sospettato sin dal 30 marzo 1984 di collusione mafiosa e, soprattutto, di essere fra i garanti occulti della trattativa Stato-NCO (Nuova Camorra Organizzata), che negozierà (rompendo la tradizione di fermezza democristiana, costata la vita anche ad Aldo Moro) tramite il consulente dei servizi segreti Francesco Pazienza, la liberazione del consigliere regionale Ciro Cirillo, rapito dalla fazione napoletana delle BR, in cambio di una partita di giro che prevedeva favori ai “cutoliani” nell’accesso ai finanziamenti della ricostruzione post-terremoto dell’Irpinia, e sostegno logistico-finanziario di questi ultimi nei confronti dei brigatisti. Cfr: Vito Faenza, Trentennale del sequestro Cirillo: trattativa tra servizi, Cutolo e brigatisti, «Corriere del Mezzogiorno», 27 aprile 2011.

22. Successivamente, l’attentato verrà rivendicato dall’Armata Rossa Giapponese (Nihon Sekigun), un gruppo antimperialista ed antisionista che in Europa occidentale opera a stretto contatto con le frange terroristiche palestinesi del FPLP.