L'Emilia-Romagna di fronte alla violenza politica e al terrorismo:
storia, didattica, memoria

Studi di caso
La strage della stazione di Bologna

di Antonella Beccaria

La strage della stazione di Bologna

Il contesto storico

Il 1980 non fu solo l'inizio di nuovo decennio, ma fu anche quello che diede avvio a una svolta neoliberale e conservatrice che attraversò il mondo occidentale. Se l'anno si aprì negli Stati Uniti con l'arresto e il processo al banchiere italiano Michele Sindona - condannato poi a venticinque anni di reclusione per il fallimento fraudolento della Franklin Bank (senza contare le pene accumulate per l'omicidio del liquidatore legale del suo impero finanziario, l'avvocato Giorgio Ambrosoli, e le misure provvisionali inflittegli per il crac della Banca Privata Italiana) - il suo posto nello scacchiere internazionale era già stato preso.

Blunotte - “Il Caso Sindona”


 

Lo aveva fatto – non senza potenti aiuti – il presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, per quanto ormai anche la sua parabola fosse ormai vicina al baratro, tanto da portarlo dapprima ad una clamorosa condanna per reati valutari (20 luglio 1981) ed infine alla morte per assassinio: fu, infatti, ritrovato macabramente impiccato sotto il Blackfriars bridge di Londra il 17 giugno 1982.

Erano gli scricchiolii di quella rete finanziaria occulta che aveva unito lungo gli anni ‘70 in un patto criminale i forzieri del Vaticano, della mafia, della loggia massonica P2, dei sostenitori delle pratiche antiguerriglia in America latina e dei nemici giurati di Mosca in Polonia, dove andava affermandosi prepotentemente il sindacato clandestino Solidarnosc - il cui nome compariva per la prima volta su un muro di Danzica proprio nell'agosto di quell'anno - che tanta parte avrebbe poi avuto nell’erosione del cosiddetto blocco sovietico e nel crollo del Muro di Berlino.

Reagan for president
Reagan for president
Principale protagonista dell’ondata conservatrice cui si faceva riferimento fu sicuramente Ronald Reagan, un ex attore di fervore repubblicano passato alla politica attiva che risultò eletto alla presidenza degli Stati Uniti il 4 novembre 1980: la sua ascesa alla Casa Bianca interrompeva il mandato democratico di Jimmy Carter, la cui immagine era stata gravemente minata da uno scandalo artificioso - il caso “Billygate”, in cui si ritrovarono pesantemente implicati anche i servizi segreti italiani - che legava suo fratello al despota libico Muammar Gheddafi e dall’onda emozionale scatenata nell’opinione pubblica dalla crisi dell’ambasciata statunitense a Teheran, che vide 52 ostaggi americani restare prigionieri dei rivoluzionari iraniani per ben 14 mesi.

L’elezione di Reagan segnalava un nuovo passaggio di fase nelle dinamiche geopolitiche ed economiche internazionali. Le sue politiche votate all’alimentazione di una crescita in deficit, all’affievolimento dei sistemi di welfare, al drastico rialzo delle spese militari e ad un innalzamento delle pratiche di contrasto anticomuniste finirono per imporsi rapidamente in un contesto occidentale che si rivelava sempre più smanioso di mettersi alle spalle i drammi e le recessioni degli anni ‘70, nonché di lasciare fuori dalla propria porta i venti di guerra che spiravano nell’area mediorientale (la sola guerra fra Iran e Iraq fece fra il 1980 e il 1988, oltre un milione e mezzo di morti).

In Italia, non a caso, il 1980 è l’anno della famosa “marcia dei quarantamila” a Torino, che pone un termine alla lunga stagione di conflittualità operaia esplosa con l’Autunno caldo del 1969: un’ingente corteo di lavoratori (soprattutto tecnici e quadri della FIAT) e cittadini comuni che rivendicò ed ottenne la fine dei picchettaggi operai che impedivano loro di entrare in azienda. L’azione dei “quarantamila” ebbe l’effetto di imprimere un’imprevista svolta nelle trattative e i sindacati confederali (si era in una situazione marcata dalla cassa integrazione per quasi venticinquemila operai e da una minaccia di licenziamento per quasi dodicimila di essi) giunsero tre giorni più tardi ad una sostanziale resa nei confronti della FIAT, avviando da quel momento in poi un radicale cambio delle relazioni tra grande azienda e classi lavoratrici, a favore della prima.

La marcia dei quarantamila: il docufilm

Il Paese si avviava, in effetti, verso il cosiddetto “riflusso” e verso la stagione degli yuppies e della televisione commerciale. Nella società italiana del 1980 cominciavano ad emergere i prodromi di quella smobilitazione sociale e di quel ritiro dalla militanza politica - cui si sostituiva una ricerca edonistica di une benessere privato e materiale - che da una parte toglierà progressivamente ossigeno ai fermenti della lotta armata [1]
, e dall’altra sancirà il definitivo tramonto dell’egemonia democristiana. Per la prima volta dalla Liberazione la DC fu costretta a cedere lo scettro del governo: il 28 giugno 1981, il repubblicano Giovanni Spadolini divenne il primo Presidente del Consiglio non democristiano del secondo dopoguerra italiano.

La strage

“2 agosto 1980. Il servizio del Tg2”


 

La struttura della sala d’aspetto crollata dopo lo scoppio
La struttura della sala d’aspetto crollata dopo lo scoppio
Era rovente l'aria a Bologna. L'estate picchiava duro in quella mattina del 2 agosto 1980 dove i viaggiatori cercavano invano refrigerio nel bar ristorante, sotto le pensiline, nella sala d'aspetto di prima classe. E in quella di seconda. Fu lì che qualcuno entrò, individuò un tavolino a una quarantina di centimetri da terra, proprio a ridosso del muro portante rivolto al primo binario, e vi appoggiò una valigia pesante, pesantissima, ventitré chilogrammi circa. Nessuno doveva aver attenzione allo sconosciuto, non il ragazzino che leggeva un fumetto né una mamma giovanissima che viaggiava con la figlioletta di tre anni. E nessuno si aspettava che alle 10.25 il tetto di quella sala si sollevasse, le pareti si dilatassero e poi le strutture edili crollassero addosso ai passeggeri che attendevano un treno.

La stazione di Bologna, quella rovente mattina, era più popolata del solito. E non solo perché era un sabato, il primo d'agosto. I treni erano in ritardo e in tanti, giunti nel capoluogo emiliano, si dovettero rassegnare a coincidenze saltate e a corse successive da attendere con un sospiro. Italiani, tedeschi, giapponesi, spagnoli, francesi. C'era chi andava in vacanza e chi tornava. C'era chi stava attraversando la penisola per andare a nord, dove l'aspettava un lavoro. C'era chi invece tornava verso casa, dopo aver tentato di trovarsi un'occupazione all'estero. E poi c'era chi ci lavorava alla stazione, ferrovieri, taxisti, impiegati, le dipendenti della Cigar, la società che gestiva il bar ristorante.

Per 85 di loro non ci fu scampo. Come in guerra, vennero sepolti dalle macerie, raggiunti da schegge, scaraventati lontano dall'onda d'urto. Perché alle 10.25 quella valigia così pesante, quella che arrivava a ventitré chilogrammi, saltò per aria e uccise, ferì, distrusse un pezzo della stazione che si sedette su di sé. A renderla tanto pesante era stato il compound B, un esplosivo di tipo militare composto da tritolo e T4, e gelatine. Averla piazzata sul tavolino a una quarantina di centimetri da terra ne aveva potenziato l'effetto che già di per sé sarebbe stato devastante.

Impressioni a caldo

Stampa3agosto.png

I primi soccorritori non ebbero dubbi: era stata una bomba, impossibile formulare ipotesi diverse a causa di un forte odore di polvere da sparo bruciata. Tuttavia, altre tesi vennero audacemente proposte. Come per la bomba che esplose il 12 dicembre 1969 a Milano, all'interno della Banca nazionale dell'agricoltura di piazza Fontana facendo diciassette morti e ottantanove feriti, si parlò di una caldaia saltata per aria. Fu questa la versione che si opponeva a quella di un attentato, l'ennesimo di una lunga scìa che pareva essersi arrestata alla metà degli anni ‘70. Lo stesso prefetto di Bologna, Riccardo Boccia, lo affermò in una delle prime dichiarazioni ufficiali. “Si parla... Tutte le ipotesi sono possibili. La prima voce è questa: è stata una caldaia del bar ristorante o qualche bombola a gas”, disse.

A smentirlo, quasi in tempo reale, giunse a smentirlo una telefonata delle 12.41 fatta al Gr1 della Rai. A chiamare era un funzionario del ministero dell'Interno, che preferì non rivelare le sue generalità. “Probabilmente si tratta di un'esplosione provocata da un ordigno dinamitardo”, disse l'anonimo funzionario del Viminale, che definì l'ipotesi dell'incidente “priva di fondamento perché l'esplosione è stata troppo violenta e troppo improvvisa”. E aggiunse, sconfessando all'apparenza quello che aveva appena detto Boccia: “Anche lui, il prefetto, ha questa impressione, però non si è ancora potuto accertare perché lì è pieno di macerie, è tutto sotto sopra, è tutta una confusione indescrivibile. Quindi le indagini vere e proprie non si sono potute svolgere con la dovuta attenzione”.

Il bus 37 (Archivio Associazione Parenti delle Vittime)
Il bus 37 (Archivio Associazione Parenti delle Vittime)
Nel frattempo Bologna si mobilitò tutta: la gente si riversò in piazza Medaglie d'oro, dove c'era e c'è ancora oggi la stazione, scavò a mani nude, diede una mano a vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri per recuperare i superstiti. Ci fu chi già alla guida dell'autobus 37 si rimise al volante: per i morti, troppi, non si potevano usare le ambulanze. Quelle andavano riservate ai feriti, ancora più numerosi, e allora quell'autobus divenne un carro mortuario che caricò le vittime e le portò agli obitori della città, prima a vetri scoperti, ma dopo il primo viaggio con lenzuola bianche che oscuravano la vista dall'esterno.

I taxisti, quel giorno e nei successivi, trasportarono i parenti di vittime e feriti in giro per la città senza chiedere loro i soldi della corsa, un ristoratore si diede da fare per rifornire di cibo e acqua a chi lavorava alla stazione, gli hotel si prepararono ad accogliere chi inevitabilmente sarebbe arrivato per riprendersi i propri morti e girare gli ospedale alla ricerca di un parente ricoverato.

L'allora presidente del consiglio del ministri, Francesco Cossiga, a Roma parlò subito di “strage fascista”, salvo poi smentirsi da sé anni dopo; il vertice dei servizi segreti nicchiò su quell'ipotesi, mentre cominciarono a fiorire i riferimenti a “piste internazionali” che guardavano alternativamente alla DDR (Germania dell’Est), ai traffici d’armi palestinesi o al sotterraneo conflitto coi libici, a seconda dello schema interpretativo utilizzato. Tuttavia, nessuna di queste teorie ha mai trovato la consistenza probatoria per essere presa concretamente in considerazione per un dibattimento istruttorio.

Le indagini

Stampa Sera: Decine di arresti
Stampa Sera: Decine di arresti
Nonostante ciò, gli inquirenti erano certi: per trovare i colpevoli, a iniziare dalla manovalanza, occorreva cercare negli ambienti che sempre erano emersi nel corso della strategia della tensione, quelli neofascisti. Già il 26 agosto 1980 la procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura nei confronti di gruppi dell'eversione di destra a iniziare da Ordine nuovo per arrivare agli “spontaneisti” armati dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar).

Ma le indagini erano difficili e non solo per la vastità dell'evento. A rendere tutto più complicato furono i depistaggi scattati subito, a partire della tesi della caldaia esplosa che, tuttavia, era da tutt'altra parte rispetto alla porzione di stazione esplosa e stava tranquillamente facendo il suo lavoro.

Il più noto fra i depistaggi fu quello del gennaio successivo: la famigerata operazione “Terrore sui treni”. Vi parteciparono alti ufficiali del Sismi - tra cui Pietro Musumeci (iscritto alla loggia massonica P2) e Giuseppe Belmonte - che fecero ritrovare sul convoglio Taranto-Milano una valigia piena di esplosivo compatibile con quello usato il 2 agosto precedente. Il tutto corredato da documenti, giornali, biglietti aerei intestati a un francese e un tedesco: elementi che avrebbero dovuto avvalorare una sedicente ed improbabile “pista internazionale”. Non avendo riscosso l’effetto desiderato - lo sviamento delle indagini verso sentieri ciechi - l’attività di inquinamento investigativo riprese nel novembre 1981 con formulazioni molto più subdole: dal carcere svizzero Champ Dollon, un detenuto italiano, Elio Ciolini (colui che anni dopo, sempre dal carcere, “predisse” le stragi di mafia del 1992), fece sapere di avere informazioni sulla strage. Come da manuale della guerriglia psicologica, le sue affermazioni mischiavano ad arte elementi veri ad altri verosimili ma fondamentalmente falsi, con l’intento surrettizio di indirizzare le indagini verso ambienti neofascisti diversi da quelli ritenuti responsabili dagli inquirenti, gonfiando al contempo l’implicazione nella strage di Licio Gelli e della loggia massonica P2 da lui diretta fino a livelli parossistici per rendere non credibile tutta l'inchiesta, che si voleva far naufragare. Solo dopo anni di analisi - persi per accertare le sue affermazioni a detrimento della verità - si venne a capo della matassa e Ciolini finì condannato per calunnia.

I processi

Nonostante i depistaggi, le rivendicazioni farlocche, gli iniziali tentativi di orientare le indagini verso l'estremismo palestinese (tentativo ripreso in un'inchiesta di metà anni Zero e poi archiviata senza esito nel 2014), il processo di primo grado iniziò il 19 gennaio 1987. La sentenza arrivò un anno e mezzo dopo, l'11 luglio 1988, con la condanna per strage ai membri dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, di Ordine Nuovo Massimiliano Fachini (che poi uscirà da questa vicenda con un'assoluzione); oltre a Sergio Picciafuoco, un personaggio che aveva sostenuto di aver prestato soccorsi la mattina della strage, ma che venne coinvolto nelle indagini per una serie di contatti che avrebbe avuto con il mondo dell'eversione di destra ritenuta responsabile dell'attentato. In seguito la sua posizione fu stralciata e lui venne definitivamente assolto. Furono inoltre riconosciuti colpevoli di depistaggio, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.

I colpevoli
I colpevoli
Il processo d'appello iniziò il 25 ottobre 1989 - nel pieno della bufera mediatica scatenata dalla notizia che un legale di parte civile, Roberto Montorsi, aveva dapprima incontrato e poi era passato a difendere l’ingombrante imputato Licio Gelli, dando ulteriore fiato alle voci che volevano le risultanze del processo di primo grado, frutto di un teorema sostenuto dal Pci. Quando fu pronunciata la sentenza di secondo grado, il 18 luglio 1990, gli imputati di strage furono assolti. Ma il pronunciamento della Cassazione del 12 febbraio 1992 annullò la sentenza d'appello e dispose un nuovo processo al termine del quale, il 16 maggio 1994, fu confermato il primo impianto accusatorio e il 22 novembre 1995 la corte suprema si pronunciò ancora confermando le condanne a Fioravanti, Mambro, Gelli, Musumeci e Belmonte.

Insieme a loro, per i depistaggi, venne condannato anche Francesco Pazienza, un consulente del direttore del Sismi, Giuseppe Santovito, piduista pure lui. In parallelo si mosse la magistratura minorile per un altro neofascista, Luigi Ciavardini, che aveva 17 anni quando esplose la bomba. Per lui l'iter giudiziario fu simile a quello davanti alla magistratura ordinaria e nel 2007 arrivò anche per lui la condanna definitiva per strage.

Le tesi integrative

A fronte della mancanza nel corso del tempo di riscontri sulle cosiddette piste alternative e nonostante le tesi innocentiste che dal 1995 in avanti si rafforzarono per ribadire l'estraneità dei militanti Nar condannati per la bomba del 2 agosto 1980, dal 2011 l'Associazione tra i familiari delle vittime – presieduta dal 1996 da Paolo Bolognesi dopo la morte del suo predecessore, Torquato Secci – ha presentato in procura una serie di memorie per chiedere di andare alla ricerca dei mandanti, dopo la condanna degli esecutori e dei depistatori. Per redarre la prima memoria e le successive, i consulenti legali dell'associazione hanno incrociato numerose fonti ulteriori rispetto a quelle disponibili ai tempi dei processi.

Tra queste, gli atti dell'inchiesta e del processo ter per la strage di piazza della Loggia, quella avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 (otto morti e 102 feriti) e documenti provenienti dai principali processi di mafia che suffragano i contatti del mondo dell'eversione neofascista con quello della criminalità organizzata. Ci sono poi materiali acquisiti per il fallimento del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e per le indagini a carico di Sindona che, incrociati con quelli che riguardano la P2 e il ruolo di Licio Gelli, potrebbero rispondere a domande ancora irrisolte, come la provenienza del denaro usato per organizzare la strage, e gli ulteriori rapporti con apparati dello Stato e dell'informazione che potrebbero essere stati coinvolti nell'ideazione, nella preparazione e nella frenetica attività depistante successiva. Al momento in cui si scrive, non si conoscono ancora i risultati degli accertamenti investigativi condotti dalla procura della Repubblica di Bologna.

Per continuare a ricordare

Il primo e fondamentale momento per non disperdere la memoria della strage alla stazione è la manifestazione che ogni 1° agosto porta migliaia di persone a Bologna. Poi, nel corso degli anni sono stati pubblicati numerosi i libri sul tema. I più recenti sono firmati da Paolo Bolognesi e dal giornalista Roberto Scardova, “Stragi e mandanti” (2012) e “Italicus. L'anno delle quattro stragi” (2014) che, partendo in quest'ultimo caso dall'eccidio del 4 agosto 1974, conduce il lettore in una rilettura organica del periodo della strategia della tensione. Per una ricostruzione di dettaglio dei fatti, dell'inchiesta e dei processi c'è il libro “Tutta un'altra strage” (2007) di Riccardo Bocca mentre anche la letteratura si è impegnata per mantenere viva la memoria di quei fatti, con tre testi in particolare usciti tutti nel 2010: “Il tempo infranto” di Patrick Fogli, “Memoria mare. Lettere ad Angela e Maria Fresu” curato da Mattia Fontanella e “Strage” di Loriano Macchiavelli, pubblicato in una nuova edizione dopo l'esordio del 1990 con lo pseudonimo di Jules Quicher.

Ricordare, però, è un esercizio che richiede continua alimentazione e da questo punto di vista sono due le segnalazioni. La prima è quella di un sito Internet, fontitaliarepubblicana.it, progetto realizzato dalla Rete degli archivi per non dimenticare con la collaborazione della Direzione generale per gli archivi e l'Archivio Flamigni e l'apporto tecnico di Hyperborea e Dandelion. Qui vengono messi online documenti giudiziari e d'indagine consultabili attraverso un motore di ricerca all'avanguardia che consente analisi di dettaglio, oltre che lo scaricamento degli atti pubblicati. La seconda, infine, va ad associazioni come la bolognese “Piantiamo la memoria” che, attraverso percorsi didattici nelle scuole, laboratori creativi, seminari ed eventi pubblici, sta continuando a far parlare di quei fatti. E che ha lanciato la mobilitazione che va sotto il nome di “Stati generali della memoria”.


Note

1. Fra il 1981 e il 1982, tutti i principali leader delle formazioni sovversive sono tratti in arresto, mentre una parte crescenti dei detenuti politici si decide a percorsi di dissociazione e di pentitismo